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Si era appena conclusa per me una stagione a dir poco strepitosa: tutti i miei record personali sulle varie distanze stracciati in poche gare! Un salto di qualità clamoroso e inaspettato. Neppure io, lo confesso, ci speravo minimamente. E i miei avversari? Distrutti, demoliti e annientati con una facilità irrisoria! Il futuro era lì ad un passo, e molte volte, ve lo posso giurare, mi pareva persino di scorgerlo con la coda dell’occhio in gara, in mezzo alla folla, nel momento in cui imboccavo in solitaria il rettilineo finale. Un attimo dopo, però, esso – cos’era, una chimera? – si dileguava in un lampo, e nel frattempo gli spettatori esultavano per il mio trionfo, mentre quel genio scompariva, inghiottito dall’ombra delle gradinate.

E allora io scordavo la gioia della vittoria e, una volta uscito dal campo sportivo, venivo invaso da uno spettro di malinconia. Che cosa c’è che non va?, mi ripetevo. Ho stravinto oggi pomeriggio, sono diventato l’orgoglio di famiglia, l’astro nascente, pure le ragazzine parlano di me in continuazione. Dovrei essere al settimo cielo.

Eppure…

Fu così che, riflettendo molto a lungo in cuor mio, compresi che, per raggiungere la perfezione, mancava solamente un anello alla catena. Per queste ragioni, decisi di intraprendere la strada che mi avrebbe condotto a coronare il sublime sogno: vincere il concorso annuale e correre per una squadra di professionisti nazionali della penisola, con tanto di stipendio fisso, trasformando così l’atletica, da acerbo amore di gioventù, a coronamento della mia stessa vita.

Tuttavia, in seguito, mi resi conto che il vero atleta non è colui che fa affidamento soltanto sulle proprie gambe, e fra poco scoprirete il perché.

Ad ogni modo, avendo vinto, come vi dicevo, una marea di titoli quell’anno, mi fu facile superare i test attitudinali brillantemente, tanto che la commissione ne rimase sbalordita. La dea bendata era lì, pronta a consegnarmi la chiave d’oro per entrare nel giardino del re. Ero seriamente convinto di diventare professionista.

Purtroppo, per mia sfortuna, restava un ultimo ostacolo da superare.

Era il cosiddetto ‘cuore di atleta’, tale il nome designato per il misterioso esame finale.

Era stato introdotto, pensate, solamente da un anno, e si vociferavano leggende, in giro per la provincia, in merito alla presunta durezza di quella prova. Dal canto mio, inizialmente non ci diedi peso, ritenendo il ‘cuore di atleta’ una pura formalità.

Ma, in realtà, quando venni a sapere che molti, prima di me, avevano fallito miseramente, iniziai a preoccuparmi seriamente.

Per prima cosa telefonai ai bocciati, che conoscevo abbastanza bene, chiedendo loro in cosa consistesse l’esame. Tacquero tutti, dal primo all’ultimo; non un minimo suggerimento uscì dalle loro bocche. Meno male che l’atletica è uno sport praticato da gente umile e corretta, pensai, e decisi di chiudere ogni rapporto con loro.

Ma ora dovevo pensare a me: i giorni passavano veloci sul calendario, cosicché iniziai a guardarmi intorno disorientato, rivolgendo infinite domande ai vertici delle congregazioni e delle associazioni sportive, spedendo montagne di lettere, valanghe di e–mail, ma nessuno seppe dare alcuna risposta utile alla mia causa. Il cuore di atleta era e restava un mistero.

In cosa sarebbe consistito di preciso? In una prova su una distanza secca? In un esame orale sul funzionamento delle fibre muscolari? In un quiz di cultura sportiva? Nessuno lo sapeva, buio assoluto… e intanto l’ansia aumentava.

Confesso che in quel periodo passai diversi momenti non facili. Di solito, prima di andare a letto, trascorrevo decine di minuti a riflettere, cercando di concentrarmi per combattere la tensione che si accumulava, poco alla volta, sempre di più.

Decisi quindi di farmi forza, sorridendo dinanzi alla sorte, ma soprattutto cercando di non valutare minimamente l’ipotesi di un fallimento.

E venne il giorno. Faceva freddo e c’era molto vento, quando uscii di casa avvolto in un giubbotto scuro. Mi recai all’ingresso dell’edificio. Era un palazzo a due piani di aspri mattoni rossi. I piccioni tubavano indisturbati sopra il tetto e sul piazzale, e l’inquinamento della città aveva sporcato le pareti, conferendo alla struttura un’immagine di stanchezza e logoramento. Citofonai, mi chiesero chi fossi ed io risposi. Dopodiché, mi aprirono.

Emozionato, portai il piede destro in avanti, mi tolsi il cappuccio e varcai la soglia.

C’era un interminabile corridoio senza finestre, con porte serrate ai lati, illuminato soltanto da deboli lampadine. Proseguendo per sessanta metri, però, le lampadine a un certo punto sparivano, e così una buona parte del corridoio, lunga chissà quanto, rimaneva avvolta nell’oscurità. Le pareti erano completamente nude, colorate di un misero verde acqua che conferiva loro un’aria triste e malinconica. Cercai una segreteria, o uno sportello per i visitatori, ma senza successo. Non vi era proprio nulla, neppure una rampa di scale o una sala d’attesa, eccetto una squallida sedia in legno marcio, proprio davanti a me. Non sapendo dove andare, decisi di sedermi. Se c’è qualcuno, si farà vivo prima o poi, pensai, inquieto.

Una volta seduto, rimasi ancora una volta ad osservare le mie gambe, per ingannare il tempo: esse non mi avevano mai tradito, erano due propulsori potentissimi che non avevano rivali sulle piste. Stavo cercando di farmi forza in tutti i modi.

Ma intanto il tempo passava, e dopo un mezz’ora non mi era arrivata nessuna notizia. Stavo dunque per alzarmi, quando sentii un rumore provenire dal buio del corridoio, laggiù in fondo dove ogni cosa si perdeva nelle tenebre senza remissione. Incuriosito, mi alzai: nel buio vi era una presenza, ne ero certo. Chi stava arrivando? Il Supremo Giudice che mi avrebbe esaminato? Questione di istanti e l’avrei scoperto.

L’adrenalina andava a mille, il mio cuore era impazzito, ma quando la figura si materializzò, rimasi molto deluso.

Era soltanto l’uomo delle pulizie!

E io che speravo in chissà cosa…

“Salve, signore” lo salutai con un sorriso, come si conviene agli sconosciuti, o come i miei genitori mi avevano insegnato quando ci si imbatte nelle altre persone.

“Salve” fece lui, svogliato, senza guardarmi negli occhi, intento com’era a pulire con la scopa il pavimento.

“Come sta?” chiesi molto educatamente, senza perdere il sorriso. Avevo sempre portato rispetto alle persone le quali svolgevano lavori che io consideravo, nel mio piccolo, onesti. Tuttavia, a quella domanda, pronunciata con disinvoltura, stavolta l’uomo sembrò sorpreso. Forse non se l’aspettava?

“Io sto bene, grazie. Sto facendo il mio sporco lavoro, a volte mi domando chi me lo faccia fare…”

Aveva un’espressione avvilita. “Se vuole, aspetti, le do una mano io! Lei sarà stanco, alla sua età poi!”

“Ma si figuri, giovanotto, non stia qui a barcamenarsi per un povero vecchio come me. Lasci stare, lasci stare…”

Cadde la scopa per terra inavvertitamente (o la fece cadere lui?), allora io mi chinai, la raccolsi, e gliela resi.

“Serve altro?” insistetti.

“No. Penso che possa bastare così” tagliò corto l’uomo.

E la sua faccia cambiò espressione.

“Cosa intende dire?” domandai incuriosito e con un pizzico di sospetto.

“Venga qua” rispose. “Le faccio vedere qualcosa di estremamente importante, qualcosa che coloro che hanno sostenuto l’esame prima di lei non hanno visto. I suoi predecessori infatti, una volta messo piede qua dentro, si sono rivelati estremamente maleducati con me, povero e semplice uomo delle pulizie. Erano infatti rimasti, come del resto anche lei, per mezz’ora da soli in corridoio, e, quando mi hanno visto, debole e riverente, mi hanno attaccato, insultandomi addirittura, quasi fosse colpa mia che si trovassero là ad aspettare, riversando su di me tutta la loro boria e arroganza.”

Io ascoltavo pietrificato quelle parole altisonanti. Era troppo strano che provenissero da un normale uomo delle pulizie. I conti non mi tornavano.

“Mi sembra di sentirli ancora, mentre noi due parliamo, inveire contro di me: ‘vecchia spugna, dicci dove dobbiamo andare!’, ‘nonnetto, levati di torno e fammi parlare col capo!’, oppure ‘scansati! E non farmi perdere altro tempo! Tanto quando passerò l’esame tu sarai sotto il mio comando’. Sono parole dure, che feriscono ancor più se a pronunciarle sono dei giovani. Essi infatti, altezzosi, pensavano di essere chissà chi, solo perché erano forti. Ma il vero campione invece deve essere innanzitutto umile!”

“Non capisco” dissi perplesso.

“Allora mi segua. È giunto il momento che lei capisca.”

Esitai. Quelle parole non avevano un’aria rassicurante, ma intanto l’uomo aveva già estratto dalla tasca una chiave, con cui aprì la serratura di una della sterminata fila di porte chiuse a un lato del corridoio. Con una mano mi fece cenno di seguirlo, mentre il cigolio dei cardini rivelava una stanza vuota. Entrammo e giungemmo presso la rampa delle scale, dove c’era anche un ascensore. L’uomo mi disse di salire. Balzai dentro, e mi fermai esattamente all’ultimo piano.

Quando le porte si aprirono, sgranai gli occhi, sbalordito: lassù in cima vi era una gigantesca sala dalle pareti luccicanti, ricolma di dipinti preziosi, affreschi, tappeti persiani e vasi giganteschi. Pareva di essere nella reggia di un sovrano potentissimo, come si legge in certi libri di avventure.

Alla mia destra, un’immensa libreria di scaffali rettangolari, ricolma di volumi sicuramente strabordanti di sapere e stampe impolverate contenenti chissà quanti segreti. Dal lato opposto invece, in tutto il suo splendore, la bellissima vasca delle ninfee, dove riposavano, sazi e beati, i nobili fenicotteri rosa.

Non feci neppure in tempo a domandarmi cosa diavolo ci facessero là dentro quegli uccelli tropicali, che il mio sguardo ricadde su una lunga tavola imbandita a festa, proprio al centro dell’opera. Gli invitati, vestiti con uniformi identiche, banchettavano gioiosi, al ritmo pacato della musica d’Oriente, che pareva provenire da qualche sottilissima fessura tra i muri, o forse era soltanto la mia fervida immaginazione.

Ma quando vidi chi c’era a capotavola rimasi sbigottito! Dritto davanti a me, a braccia conserte, con addosso un’uniforme di colore scuro, differente dalle altre, notai, ma era incredibile!, colui che solo un attimo prima era con me in corridoio con la scopa e gli stracci! Ora egli era il capo di quella setta, non più stanco e debole addetto alla servitù, ma adesso alto e fiero comandante, e mi accorsi che fisicamente era davvero un colosso. Portava un misterioso anello al dito, e i suoi occhi azzurri, poco prima compassionevoli, incutevano in me un gran timore.

Non appena mi vide, si alzò in piedi, ed esclamò: “Quella che ha appena brillantemente sostenuto era l’ultima prova prevista dal test di ammissione. I miei complimenti, lei possiede il rarissimo Cuore di atleta!”

Un istante dopo, la folla dei convitati si tolse il berretto e smise di fiatare. Il vecchio signore allora, che quindi non era affatto l’uomo delle pulizie, bensì il potentissimo giudice in persona, si mise a fissarmi in modo autoritario, indicandomi con lo sguardo il posto a sedere alla sua destra, che era libero.

“Siediti pure” mi disse ammiccando, un cenno d’intesa che recava con sé il brivido della nuova sfida che mi attendeva. “Sei dei nostri!”

 

Il racconto è presente nella raccolta di racconti "Correre nel vento", il nuovo libro del giovane e promettente scrittore binaghese Stefano Frascoli.

Da non perdere!!!!

Autore: Frascoli, Stefano

Titolo: Correre nel vento

Casa editrice: Grafica Effegiemme

Anno di edizione:2016

CORRERE NEL VENTO

 

 

 

Potrà essere acquistato nei negozi di sport: 

Brogioli Sport di Tradate e Samarate

Don Kenya di Milano

Punto Running di Cantù

Luciani Sport di Borgomanero

Il libro è stato presentato a Binago il 19 giugno 2016, alla presenza degli atleti di levatura internazionale Mattia Moretti e Jacopo Peron.

SERATA fRASCOLI