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16 dicembre 2013. Cairo. L’aeroporto sarebbe deserto se non fosse per i miei presunti compagni di viaggio, nera macchia umana in silenziosa attesa. Ma di cosa? Perché sono tutti fermi e non vanno a fare il check-in?

La risposta non tarda ad arrivare. Il video-tabellone degli imbarchi annuncia: “cancelled”. Ecco, penso, sono in Africa! E mentre dentro di me piovono imprecazioni mi avvio all’information desk per pretendere spiegazioni.

L’uomo dietro al vetro è franco: l’aeroporto di Juba è stato chiuso per motivi di sicurezza, è scoppiata la guerra. Sono del tutto incredula, basita, senza parole…non è possibile, deve esserci un errore. Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, che ha visto la luce il 9 luglio 2011 con il referendum che ha chiamato i Sudsudanesi a scegliere per la separazione dal nord dopo il conflitto più lungo di tutta la storia (durato più di 50 anni) e che si è concluso con gli accordi di pace del 2005 (Comprehensive Peace Agreement).

 

E mentre l’impiegato vuole persuadermi a tornare a casa, sconvolta cerco sul cellulare il numero di un’amica che vive là e dalla quale mi aspetto una smentita. Ma non è uno scherzo, non c’è nessuna candid camera nascosta, purtroppo! Anche se ha il tono di voce pacato e l’aria apparentemente indifferente, tipica di chi ne ha vissute tante e ha ormai fatto l’abitudine agli improvvisi eccessi di instabilità dei Paesi africani, E. mi sta raccontando del fallito tentativo di colpo di stato della notte prima, del coprifuoco che sta costringendo gli abitanti della capitale a non uscire dalle proprie case, dei carri-armato che sfilano davanti alla sua finestra e dei colpi di artiglieria che hanno preso il posto del tam-tam dei tamburi nella strada.

Persa. Intrappolata in una bolla di sapone.

Ai primi posti nella black list dei Paesi sconsigliati dalla Farnesina, addirittura escluso dall’Indice di Sviluppo Umano, il Sud Sudan non si trova nei cataloghi di viaggio. Nessuna agenzia di assicurazioni è disposta a sottoscrivere una polizza per questa meta. Vi daranno del matto amici e parenti quando comunicherete che questa è la vostra nuova destinazione. Io mi sono sentita apostrofare così anche dal personale dell’Ufficio Vaccinazioni Internazionali! Ma per me il Sud Sudan non è stata una scelta (o almeno non all’inizio).

La richiesta di partire era arrivata inaspettata lo scorso novembre (parlo del 2013). Ero da poco rientrata dalla Repubblica Democratica del Congo dove avevo vissuto un’esperienza tanto gratificante quanto impegnativa e avevo giurato a me stessa che sarebbe stata l’ultima. Ero pronta a chiedere ufficialmente il divorzio da questo continente, del quale mi ero innamorata molti anni prima. Sia chiaro: sognavo ancora l’Africa, ma adesso volevo scoprirne il lato romantico, magari le bianche spiagge del Kenya o la pelle rossa degli Himba. Stavo seriamente meditando di trasformarmi in una turista mediocre, come non sono mai riuscita ad essere?

No!

Non avevo alcuna intenzione di partire per una terra così ostile. Non importava che fosse una missione breve. Anche se il lavoro che avevo trovato in Italia mi andava decisamente stretto, volevo fare di tutto per abituarmi alla routine e alla tranquillità e soprattutto impegnarmi per costruire quell’equilibrio e stabilità con i quali ho sempre fatto a pugni.

Parto!

Così davo il buongiorno a mia mamma non più tardi di una settimana dopo. L’organizzazione per gli aiuti umanitari che mi aveva contattata non aveva dovuto faticare molto per farmi cambiare idea. Era stato sufficiente che mi spiegassero il contesto umano in cui ero chiamata ad operare e l’obbiettivo della mia missione per far crollare ogni mia certezza e i buoni propositi per una vita normale. In una successione frenetica di eventi mi avevano fatto avere il permesso di soggiorno e i documenti (per entrare in Sud Sudan è necessaria una lettera di invito), io avevo chiesto una settimana di ferie al lavoro e mi preparavo a vivere il mio primo natale ai tropici.

Ma ora questa stupida guerra sta rovinando tutto!

Tre ore di attesa all’aeroporto, tanto ci dicono di aspettare prima di confermare l’impossibilità di raggiungere Juba oggi, lunedì. Riesco finalmente a mettermi in contatto con uno spaventatissimo A., il rappresentante dell’organizzazione e mio punto di riferimento ufficiale in loco. E’ con molta fatica che riesco a convincerlo a farmi rimanere al Cairo fino al prossimo mercoledì quando si presume che l’aeroporto verrà riaperto.

L’attesa è estenuante. Sento la guerra come se ci fossi dentro. Di fatto, ne sto vivendo l’eco. Quando ci si trova a fare i conti con una situazione così pericolosa, la natura umana ci porta a reagire in due modi: scappare o tuffarcisi dentro. E io non ho alcuna intenzione di girare i tacchi e tornare nella mia pacifica città. Mi sento ipnotizzata, sintonizzata su un unico canale dove vengono trasmesse immagini di un dramma umano che, senza che lo voglia, sta diventando anche il mio. Non so cos’è la guerra. Me l’hanno raccontata. L’ho letta sui libri di scuola. Ne ho visto immagini in tv. Ma cos’è, la guerra, nella realtà? Ci sono persone che mi stanno aspettando, là. Che hanno viaggiato per un intero giorno lasciando le loro famiglie al villaggio per venire ad aspettare in aeroporto questa kawaja, bianca nella lingua locale, dalla quale si aspettano risposte. Saranno in pericolo? Sono pastori nomadi, abituati a lunghi percorsi a piedi, giorni e giorni sotto il sole, come nutrimento solo il latte delle loro vacche, bestie sacre con le quali condividono ogni istante della loro vita. Il Sud Sudan vive periodi di siccità e carestia ciclici e secondo le previsioni il 2014 sarà uno di questi. Ecco il motivo che mi ha spinta qui: dobbiamo giocare di anticipo, prendere in contropiede la fame prima che li sfinisca…

Martedì 17 dicembre 2013.

Vengo svegliata dal telefono che squilla. È A. Terrore nella sua voce. Nessuno poteva aspettarsi quello che mi sta raccontando. Nella notte, rastrellamenti di casa in casa. Più di 500 morti, conseguenza dell’estremo inasprimento dei rapporti tra i militari di etnia dinka, fedeli all’ancora attuale Presidente e quelli di etnia nuer, ribattezzati come ribelli insieme all’ ormai ex vice-presidente, individuato come mandante del fallito colpo di stato. La gente fugge, impazzita per la paura, non sa dove trovare rifugio. Vanno a chiedere aiuto alla base ONU di Juba che, per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, apre i cancelli e li lascia entrare. Il Sud Sudan è ormai fuori da ogni controllo, un’altra grave ferita si è aperta nella storia di questo Paese. A. mi ordina di tornare a casa. Cerco per la seconda volta di convincerlo ad aspettare l’indomani, ma i suoi ordini non lasciano un margine di trattativa: “smettila di fare i capricci!”. A. e sua moglie sono topolini in trappola. Mi supplicano di aiutarli, di trovare un modo per farli uscire dal Paese. Sono impotente! Vado in aeroporto, passo per una pazza. Juba è sotto attacco, l’aeroporto è chiuso: come posso pensare che un aereo civile possa andare a prenderli? Intanto ricevo messaggi dalla Farnesina, l’invito a mettersi in contatto con la nostra Ambasciata ad Addis Abeba. Passo il numero ai due ragazzi, prego per loro, prego per quella gente che è costretta a restare, prego per il Sud Sudan che non riesce a trovare Pace. Prima una guerra di religione intervallata a carestie, poi le lotte tribali per il bestiame e ora questo nuovo conflitto che vogliono farci credere sia di natura etnica: quanto sangue dovrà ancora bagnare questa terra?

Mercoledì 18 dicembre.

L’Aereo per Juba è decollato. Guardo l’Egitto dall’alto mentre l’uccello di ferro si libra nell’aria e imposta la sua rotta…verso nord. Dopo quattro ore sono di nuovo in Italia.

A., sua moglie e la maggior parte dei nostri connazionali residenti in Sud Sudan sono riusciti a farsi rimpatriare due giorni dopo grazie a un aereo militare della Farnesina. E. ha invece deciso di restare. Non ha mai abbandonato il Paese, nemmeno nei momenti più difficili della crisi: a lei va tutta la mia ammirazione e stima. Io ho messo piede per la prima volta sul suolo Sudsudanese soltanto a luglio del 2014.

Dopo sette tentativi di pace falliti, il conflitto in Sud Sudan non si è ancora risolto e la gente continua a morire.

A chi fosse interessato ad approfondire consiglio di guardare il reportage di Silvestro Montanaro “E poi ho incontrato Madid” che potete trovare al seguente link:

https://www.youtube.com/watch?v=rd29cnCHVu8

Nonostante sia datato, purtroppo la situazione che racconta è ancora estremamente attuale.

(Daniela Sironi)