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Quando si avvicinava il Natale, capitava spesso di vedere il nonno tornare portando tra le braccia un piccolo agnello lasciato indietro dai pastori perché troppo debole per proseguire la transumanza con il resto del gregge. Subito, iniziavamo a darci da fare per allestire un giaciglio caldo che gli ricordasse il ventre materno, andavamo in cerca di un imballaggio di cartone e di qualche coperta che non si usava più e gli trovavamo un posto in un locale riscaldato. Allora la nonna preparava un po’ di latte e noi nipoti facevamo a gara per poterglielo dare con un biberon.

La notte tra il 25 e il 26 dicembre il termometro segnava due gradi sotto lo zero. Le vie della città, dopo le corse della vigilia all’acquisto degli ultimi regali, erano quasi del tutto deserte. Strette nelle loro case, le famiglie riordinavano la tavola teatro dell’interminabile pranzo di Natale.

Alla stazione dei treni, Salim attendeva. Mediorientale di poco più di trent’anni, fino a qualche mese prima era stato tra gli avventori della mensa delle Suore della Carità, ma poi la fortuna aveva finalmente fatto il tanto atteso giro di boa e grazie a qualche lavoretto saltuario adesso poteva permettersi il lusso di pagare l’affitto di un modesto monolocale e di tirare a campare fino alla fine del mese.

Le lancette dell’orologio segnavano le nove quando finalmente li vide arrivare. I dodici volontari del “giro the” avevano mantenuto la promessa ed erano venuti portando dolci e piccoli doni, una coperta o abiti di seconda mano: in fondo, era pur sempre Natale!

Seduti sulla bianca panchina di marmo davanti alla biglietteria chiusa gli altri lasciavano che la notte passasse. Il Bigio fino a qualche anno prima era stato un valido muratore. Ogni giorno aveva svolto con passione il suo lavoro e, mattone dopo mattone, aveva costruito una famiglia e il suo futuro. Quando quell’aprile di cinque anni prima la terra si era messa a tremare, non era stata la sola città dell’Aquila a ripiegarsi su se stessa. Il Bigio era allora impegnato nella costruzione di uno degli alberghi da “Le mille e una notte” che avrebbero dovuto ospitare gli otto più potenti della Terra. Erano stati giorni di mesto cordoglio per tutto il Bel Paese ai quali aveva fatto seguito la scelta di spostare il vertice in programma alla Maddalena per farlo rinascere sulle macerie abruzzesi. Spenti i riflettori su una delle perle del Mediterraneo, si era parlato di sprechi, gridato allo scandalo, alzato l’indice accusatore contro i presunti responsabili, ma ben poca attenzione era stata data a quanti si erano ritrovati senza lavoro e poi senza una casa. Costretto a emigrare al Nord, il Bigio non avrebbe mai pensato di concludere la sua esistenza ai margini di un marciapiede. Mentre ora con lo sguardo percorreva il profilo della sua Sardegna disegnato sul biglietto da visita sbiadito di un bar, negli occhi del vecchio muratore si poteva leggere un’incontenibile emozione. Pochi mesi prima la sua unica figlia lo aveva reso nonno di un tenerissimo bambino che forse non avrebbe mai avuto la gioia di incontrare.

Sul volto del Rosso erano chiaramente scolpiti i segni del tempo e del sole che per anni aveva gradevolmente bruciato la sua pelle-corteccia fintantoché gli era stata lasciata la possibilità di soddisfare anche le esigenze del turista più pretenzioso in fatto di lettini e ombrelloni. Infatti, era stato il gestore di uno degli stabilimenti balneari che ogni anno accoglieva la ricca clientela degli alberghi più lussuosi della costa ligure. Da quando il suo primo matrimonio era naufragato in acque burrascose, per lungo tempo le donne non lo avevano più interessato. Fino a quando era arrivata Lei e niente era stato più come prima. Se di giorno continuava a portare avanti con sacrificio il lavoro sulla spiaggia, le notti si erano trasformate in un esilarante vortice di emozioni e mondanità. Con Lei andava alle feste, frequentava i locali alla moda, s’interessava ai motori e aveva persino imparato a ballare. Da quando l’aveva incontrata, il suo cuore aveva iniziato a scandire un ritmo prima sconosciuto. Passarono pochi mesi e la passione portò i suoi frutti e fu femmina. E il mestiere del genitore, si sa, è il più faticoso e una creatura comporta sempre responsabilità e impegno. Il divertimento lasciò il posto a notti diversamente insonni, a pannolini da cambiare, pianti da calmare… e il Rosso si trovò ad affrontare un nuovo mare in tempesta. Pagò caro, il Rosso, il suo amore mal riposto e ben poco corrisposto. Fu un giudice a decretare la fine ufficiale del loro rapporto e come quasi sempre accade in queste circostanze, non ci fu nessuna compassione per il non più amato coniuge che venne lasciato in mutande all’uscita dal tribunale. La notte di Natale del 2014 il Rosso l’ha passata nel vagone di un treno addormentato su un binario abbandonato. Vani sono stati i tentativi dei volontari di accompagnarlo in uno dei centri di accoglienza aperti per l’emergenza freddo. Complici le recenti notizie di cronaca, il Rosso preferiva passare le sue notti all’addiaccio piuttosto che trasformare la sua disgraziata esistenza in una fonte di guadagno per altri. Sarebbe tornata l’estate con il richiamo dei turisti sulle spiagge mediterranee. E nuovi castelli di sabbia da costruire e distruggere quando veniva sera...

Se non fosse stato per i colori mal abbinati, il Nero poteva sembrare a un occhio poco attento persino un uomo elegante. Erano già passati più di dieci anni da quel primo Natale a nord dell’Equatore, ma le aspettative che lo avevano portato fino a qui non erano invecchiate insieme a lui. Dopo qualche tempo passato alla ricerca di un lavoro stabile mai trovato, si era convinto a spingersi ancora più su, fino in Svezia: per ben due volte aveva cercato di varcarne i confini ma in tutti e due i casi era stato fermato dalla polizia di frontiera, infilato su un altro aereo e rispedito al punto di partenza. Dopo l’ultimo fallito tentativo, un benefattore si era offerto di ospitarlo nella sua casa almeno durante le fredde notti d’inverno, ma il calore delle braccia della sua donna, penelope dalla pelle di ebano, rimaneva il ricordo di una giovinezza ormai lontana. Soffiava perfido l’harmattan il giorno in cui l’aveva lasciata ma il Nero conservava ancora sulle labbra il sapore del loro ultimo bacio bagnato, sigillo della promessa del suo ritorno. Aveva affrontato l’arsura del deserto e poi il buio delle onde che scaricavano tutta l’ira di Nettuno sulle pareti della barca prima di rendersi conto che il benessere tanto ostentato da quei connazionali di ritorno al loro villaggio dopo anni di latitanza in occidente era soltanto pura illusione. Troppo tardi. Come poter tornare indietro e spiegare la miseria bianca a chi non l’aveva vista con i propri occhi e aveva riposto in lui la speranza di una vita migliore?

Una fetta di panettone, un bicchiere di the caldo, un abbraccio, una parola, un sorriso…

Lasciata la stazione, il giro dei volontari aveva proseguito per le vie della città. Salim, moderno Caronte, aveva guidato questo insolito gruppo negli angoli più remoti dove i senza fissa dimora cercano riparo nelle notti d’inverno e che lui conosceva bene. Sebbene non facesse più parte di questo esercito di invisibili, Salim non aveva ancora dimenticato i tempi in cui lo ferivano gli sguardi dei passanti che troppo spesso giudicano senza prima conoscere, le notti senza la certezza del risveglio, la paura, il freddo, l’odore di piscio e di sudore, lo stomaco che chiede e l’alcol come unica risposta alle domande insistenti del tuo corpo e della tua anima. Ed è per questo che nei mesi in cui gli affari andavano un po’ meglio e poteva permetterselo, al giovane piaceva condividere un abbondante cous cous con quelli rimasti nella strada. Sperava così di mettere a tacere, almeno per qualche ora, l’insistente richiamo di Bacco e di allontanare la dolorosa nostalgia del nido in cui erano stati allevati.

Sotto uno dei portici di fronte alla Cattedrale, davanti alla vetrina di un negozio con la luce ancora accesa, un uomo all’apparenza non più giovane giaceva disteso nella sua solitudine. A fargli da materasso una scatola di cartone che era forse stato l’imballaggio di costosi vestiti. Qualcun altro prima di loro, Dio lo benedica, gli aveva lasciato accanto un sacchetto con del cibo e qualcosa da bere. Salim aveva avvolto anche questo agnello con l’ultima coperta rimasta, avendo cura che nessuna parte del suo corpo rimanesse fuori.

All’angolo, l’immagine riflessa in una costosa boutique, il Moldavo suonava la sua arpa.

Il 25 dicembre 2014 ho davvero avuto la possibilità di seguire un gruppo di giovani che per loro iniziativa almeno una volta tutti i mesi trascorrono una notte tra i senza tetto della città di Como donando generi di prima necessità. Qui ho riportato le loro storie così come me le hanno volute raccontare; i nomi sono di pura fantasia.

In questa notte la percezione che già avevo della precarietà della vita si è fatta ancora più prepotente e lacerante.

Chiunque avesse voglia di mettersi in ascolto può seguire gli spostamenti del “giro the” tramite il gruppo di facebook “GiriAmo”.

Daniela Sironi