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Varese è una località per tutte le stagioni, lo sa chi percorre la strada che dalla stazione conduce nel cuore della città. I portici severi costituiscono un percorso protetto , confermando quell’aspetto pragmatico che da tempo la contraddistingue.

 

 

Chi ha avuto modo di accostarsi alla sua storia, per studio o per passione, riesce a vedere oltre i portici di Corso Matteotti. Là dove si apre la razionale piazza Monte Grappa, si percorreva la più raccolta piazza Porcari, con i sapori e gli afrori del locale mercato.

Un intero quartiere venne sventrato per tracciare un volto moderno e dinamico, tanto da vedere concorrere la Torre civica con il campanile del Bernascone.

Le piazze sono i luoghi dell’anima, deputati all’incontro, crocevia di passioni.

Nelle calde giornate estive, si possono vedere sulla piazza sostare gruppi di giovani intenti a consumare i propri riti.

 

Complice un’amica, da sedici anni si ripete il nostro rito coniugale. Cena veloce fuori, poi si va al cinema.

Rigorosamente il martedì.

Prime file, per lasciarsi alle spalle i commenti degli spettatori.

“Gli insegnanti sono pessimi”, dice mio marito, zittendo i malcapitati che di anno in anno paiono defilarsi.

Il cineforum del Nuovo è così affollato che le poltroncine si popolano di presenze indesiderate, cappotti che fungono da “riserva” per gli amici in ritardo.

Il gestore del cinema ravviva l’inizio serata, le sue barzellette osè fanno da sfondo all’ambiente diventato così familiare.

La cassiera ci sopporta in modo benevolo, dopo averci catalogato per bene. Non deve essere facile convivere con un ambiente di lavoro così al maschile. Lavorare quasi tutte le sere, anche durante la rassegna estiva, con un tempo a volte inclemente e clienti umorali.

Le luci si spengono, gli spettatori arrivano in sordina, il chiacchiericcio si placa.

E’ allora che si rinnova la magia dello schermo, che avevo provato da bambina nelle sale del cinema Vittoria, insieme ad un mondo popolato di soli adulti. Strane pellicole, dai toni e dai contenuti forti.

Ora il peggio che mi può capitare è la lentezza esasperante di qualche film d’oltralpe.

Sono una spettatrice onnivora, che cerca di carpire il meglio e comprendere il mondo che ha davanti nei suoi diversi stili. Le differenze, che mi hanno sempre attratto. Gli interessi, che spesso ho condiviso.

Ho ancora negli occhi il film di un giovane regista allora esordiente “La fune” che trattava con estrema delicatezza la diversità.

Quella fune era il contatto e lo scontro tra due culture; la leggerezza dell’infanzia aiutava a ricomporre i dissidi e ad avvicinare le distanze.   .

Malpensa, volo destinazione Madrid. Il vessillo arancione della compagnia mi abbaglia mentre salgo con affanno le scalette, sul punto di perdere la mia occasione.

Domenico mi assiste zelante nelle incertezze che da sempre mi corteggiano.

Cartina alla mano definisco gli ultimi dettagli ma il caldo all’interno della cabina mi opprime.

Una hostess dal sorriso enigmatico mi porge con solerzia il succo d’orange.

“Si ricorda di me? Lavorava in biblioteca a Varese, vero?”

La guardo stupita a mia volta, è una ragazza poco più che ventenne.

Sara allarga il suo sorriso; è un solo istante, ma si affaccia il profilo di una bambina.

Riservata, un poco timida mi guardava stranita mentre l’accoglievo nell’oasi che dava sui giardini estensi.

Quattro chiacchiere con il padre, preoccupato dai silenzi della figlia.

C’è tempo per il disinganno, dicevo. Questo è il momenti di scoprire sé.

La collega Laura annuiva, matronale e rassicurante.

Quanti bambini abbiamo traghettato verso le soglie dell’immaginario, quanti sono tornati più consapevoli e felici.

Erano tutti per un verso anche figli nostri, preparati a correre sulle ali della fantasia.

Grande attenzione ed enorme rispetto, che a volte neanche gli adulti sanno dimostrare (me ne accorgo ora che faccio l’insegnante e con dispiacere).

Ho sempre cercato di allontanare le persone presuntuose ed arroganti. Difficile convivere per chi non vuole farsi incanalare e giocare la vita in una sorta di grande fratello. Anch’io in un certo senso mi sono scoperta un po’ bambina, mentre l’illustratore Mario Gomboli disegnava un piccolo elefante che ora campeggia sul mio letto “Un barrito per Marina”.

E un barrito per Sara, che mi ha fatto attribuire un senso ad una parte della mia vita.

Festa del PD alla Schiranna. Luogo conviviale per eccellenza.

Una pista per il ballo, una libreria essenziale e un angolo distrazione bimbi ma soprattutto lo spazio ristorante.

Intere famiglie si riversano per assaporare la famosa grigliata, a volte servita dai locali membri del Partito varesino.

A settembre dai giornalisti di Varesenews, che rinnovano qui il loro patto con i lettori.

Il direttore aveva quell’anno ripercorso in vespa gli itinerari d’Italia. Ad Acciaroli l’incontro con il Sindaco Pescatore. Simbolo di una battaglia sempre nuova e viva.

Con attenzione avevo seguito il racconto appassionato di Marco.    

Qualche giorno dopo come piombo la notizia: Angelo Vassallo era morto, ucciso dall’indifferenza dei più.

L’informazione era diventata partecipazione, amara e triste.

Il flusso dei ricordi si fa più nitido, quando è il tempo a lenirlo e a rendere i contorni meno dolorosi. E’ come se la visione si facesse più chiara e acquisisse finalmente un senso.

Tante esperienze, incontri che mi hanno fatto vivere grandi e piccole emozioni.

Anche e soprattutto in mezzo ai libri.

Il funambolo di cuori che mi ha spezzato l’anima mi porge i tasselli ad uno ad uno.

Ora finalmente sono in grado di ricostruire il faticoso puzzle.

 

Marina Adotti

 barrito per Marina

 

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