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sguardo

Luca Guzzardi, Lo sguardo muto delle cose. Oggettività e scienza nell’età della crisi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010.

(testo del binaghese Luca Guzzardi)

È storia nota che sul finire del diciannovesimo secolo il mondo della scienza conobbe un momento di radicale trasformazione. I problemi legati all’unificazione delle varie branche della fisica e la questione dello statuto delle scienze umane determinarono in questo periodo il sorgere di un nuovo sguardo epistemologico, segnando lo sviluppo del sapere scientifico negli anni a venire. È questo un periodo di affascinanti rivoluzioni, dove l’ideale di una scienza basata sull’individuazione di condizioni universalmente valide a priori sembra vacillare, lasciando in piedi una struttura apparentemente solida ma priva di fondamenta.

 

La nascita della fisica contemporanea, quella post-einsteiniana per intendersi, così come la nascita della psicologia scientifica, possono essere letti come eventi determinatisi in conseguenza del tentativo di colmare il vuoto rivelato dalla sempre più evidente inadeguatezza delle coordinate stabilite della grande critica kantiana. Un tentativo fallito, se si assume il punto di vista di una concezione trascendentale, ma certamente non vano stando all’analisi di Luca Guzzardi, giacché proprio a tale sforzo è possibile ricondurre la nascita di quella visione senza fondamenti che oggi sembra poter guidare la riflessione epistemologica.

Il libro di Guzzardi prende le mosse proprio da qui, dall’esame di alcune tappe fondamentali del processo di riforma che ha investito la scienza tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, individuando in questo

periodo le radici di un pensiero epistemologico in grado di rinunciare a una concezione fondazionale del sapere. Mantenendo una pregevole dialettica traanalisi teorica e precisi riferimenti storici, Guzzardi isola con precisione i

nodi concettuali che hanno contraddistinto il passaggio dalla vecchia scienza dei fondamenti a una nuova visione del sapere liberato dai vincoli di una metafisica dell’assoluto che, dopo Kant, alle soglie del ventesimo secolo ancora teneva in ostaggio il dibattito filosofico.

Guzzardi prepara il terreno sul quale impostare la propria analisi proponendo un’accurata ricostruzione di alcuni fondamentali episodi che hanno segnato lo sviluppo della fisica e della psicologia contemporanee. Proprio attraverso il confronto tra due domini così lontani si delinea uno degli aspetti più interessanti del libro. Guzzardi riesce infatti a tracciare un unico percorso muovendosi su due binari paralleli, in cui i tentativi di riforma avviati da Mach e Hertz nel campo della fisica trovano un correlato nel processo avviato da Herbart e proseguito da Fechner, che vede nella progressiva rinuncia a un insondabile centro unitario, usualmente identificato con l’anima, la nascita della moderna scienza psicologica. In entrambi i casi, nota Guzzardi, si assiste all’affermarsi di un atteggiamento descrittivo, in cui l’esperienza sensibile si presenta quale riferimento metodologico primario, in virtù del quale si delinea il dissolversi di una metafisica volta a individuare la premessa di ogni conoscenza in un ordine a priori, privo di storia e di evoluzione. Se in ambito fisico si assiste al declino del sistema di riferimento privilegiato postulato da Newton, la psicologia muove i suoi primi passi a partire dall’abbandono dell’ipoteca kantiana per cui sarebbe impossibile una scienza esatta dell’anima, intesa quale imprescindibile centro di raccordo tra molteplici facoltà. Emerge pertanto un’immagine del sapere non più figlia di un ordine formale immutabile, stabilito una volta per tutte dalla determinazione di unaclasse chiusa di categorie all’interno delle quali l’esperienza acquista la propria intelligibilità. La riflessione epistemologica che affiora dalle rivoluzioni

di fine Ottocento smarrisce così il rapporto privilegiato con la soggettività stabilitosi a partire dalla critica kantiana, abbandonando il solco tracciato dall’impostazione trascendentale dettata dal “vecchio di Königsberg”.

Proprio Kant è il bersaglio principale della proposta epistemologica che Guzzardi avanza nella seconda parte del libro. Nello smarrirsi di punti di riferimento univoci attraverso i quali delineare i margini dell’impresa scientifica,

Guzzardi intravede infatti l’emergere di una nuova opportunità teorica.

Nell’analisi tracciata dall’autore la scienza si spoglia di una veste metodologica rigida e predeterminata, assumendo la foggia di un comportamento adattivo volto a fornire risposte a esigenze conoscitive dal carattere storico e variabile. L’analisi che ne consegue rimanda a un modello olistico del sapere scientifico, in cui i confini metodologici tra le varie discipline si fanno labili lasciando il posto a strategie euristiche trasversali come l’analogia e la similitudine interteoriche. Una metodologia non più incentrata solo sul tentativodi giungere a un’origine causale di tutti i fenomeni, ma che si pone qualeobbiettivo quello di descriverli localmente “fin dove funziona e risulta utile”.

In questo contesto la proliferazione di modelli atti a descrivere lo stesso campo di fenomeni appare un attributo vantaggioso, in grado di garantire una maggiore variabilità delle risposte alle molteplici domande che possono

emergere all’interno di uno stesso ambito disciplinare.

Coerentemente con l’impostazione pragmatica da cui trae ispirazione il modello proposto da Guzzardi, l’immagine del progresso scientifico che emerge dalle pagine del libro è più simile a un “campo di dispersione” privo

di una direzione univoca che a un percorso di accumulazione dotato di un senso e una meta predefiniti. Un sistema ramificato il cui sviluppo si delinea a partire dalle interazioni tra correnti e settori disciplinari diversi, dove la comparsa di nuovi fatti si accompagna sempre all’affermarsi di nuovi interessi e problemi.

Silvano Zipoli Caiani in Epistemologia, annata XXXIV del 2011, pp. 157-159.

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