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Una domenica in campagna, Tavernier, 1984

 

una domenica in campagnaSiamo nel primo '900. Nella bella casa ampia e soleggiata di monsieur Ladmiral, vedovo, pittore tradizionale e ormai al tramonto della vita. Col treno da Parigi arriva in visita il figlio con moglie e tre bambini. Sono incontri ricorrenti. Presto li raggiungerà con la sua auto la figlia, frizzante e inquieta. Vive sola a Parigi e il padre si chiede se quella sua scelta sia dovuta a necessità o desiderio. La casa è accudita da una non più giovane servante. La giornata è splendida, i ragazzi corrono allegri in giro per la casa; i genitori, piccoli borghesi benestanti, seguono il cerimoniale della loro classe, benpensanti e ordinati.

Il pranzo, la camminata nell'ampio giardino, il padre indirizza qua e là una apparente conversazione, i suoi aneddoti e citazioni si perdono nell'aria. Alle monellerie dei piccoli si aggiungono i battibecchi fra i figli del pittore. Screzi velati d'invidia e familiarità non troppo affettuosa. La figlia non si dà pace per una telefonata dalla città. Decide di ripartire dopo essersi appropriata di vecchi merletti trovati in un baule, con gran disappunto del fratello e della cognata. Il padre la trattiene; con la figlia partecipa a un ballo all'aperto. A lato la servante umile e vera ordinatrice della casa, una "domina" in sordina.

L'occhio di Tavernier percorre in silenzio stanze, angoli,pareti, con la sobria eleganza del tempo passato; niente sfavillii, sola vibrazione del sentimento del tempo, il sole filtrato dalle imposte, i colori dei muri sbiaditi, quadri inespressivi alle pareti, mobili immalinconiti dall'uso e dagli abbandoni. Questo è il tema dominante, la lontananza di lunghi-brevi anni. Il pittore è come assorbito di tutto questo, in tutto questo. Poi c'è il mondo sfolgorante degli impressionisti che prima e anche dopo Sedan avevano creato un Eden impensabile, il mondo cui il pittore avrebbe voluto appartenere. Un film in apparenza gioioso e sereno, in realtà la malinconia del "lontano" si rivela veramente nel finale, allorché, via tutti, lui nel suo studio si guarda le mani non più giovani, sul cavalletto una bianca tela. C'è un cenno di lotta di classe nella servante. Taciturna e dolorante, sovrintendente sì, ma carica di fatiche e pensieri. Una visione intermittente che solo il pittore percepisce: due fanciulline corrono nei vialetti e subito svaniscono, visione impressionista che lui non aveva a suo tempo saputo cogliere. Il senso del fluire del tempo è legato al passato e a certe premonizioni istintive del futuro. Tra poco l'immane tragedia del '14 sconvolgerà quella quiete. La tela bianca ne è un presagio. (Paolo D.)