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Per ritornare a raccontare Pinocchio non bastava la semplice devozione per un testo di formazione, caposaldo della nostra letteratura. Bisognava trovare una chiave diversa, scavare tra le pagine di Collodi per smascherare, finalmente, mastro Geppetto. Pinocchio non è mai stata solo la favola di un vecchio che cerca la compagnia di una canaglia, nella speranza di addomesticarla, di addolcirne le spigolature perché diventi un bimbo buono e, naturalmente, adatto al mondo e alle sue regole. La favola del ciocco di legno che prende vita trova adesso, nell’incipit del film di D’Alò, una ragione più profonda, che non è nuova nell’esegesi del racconto, ma che ora si fa rappresentazione narrativa e grafica: Geppetto bambino perde il suo aquilone tra le splendide colline toscane disegnate da Mattotti; l’aquilone vola nello spazio e attraversa il tempo per ritornare dal falegname ormai anziano e solo. Una vita lunga un volo, le cui poche tracce si perdono in una immagine fotografica, riassunto impietoso della solitudine di un padre mancato.

Pinocchio dunque diventa proiezione del vecchio, non solamente del desiderio di essere guida di un figlio partorito in una notte magica, nella speranza di un ulteriore miracolo: l’esistenza di un cuore; lo scappellino di Geppetto dà forma ad un burattino (che a dire il vero è una marionetta) a propria immagine e somiglianza, un vero golem in cui soffiare la vita, che sia di conforto e che si ponga a servizio di un desiderio profondo: farsi chiamare babbo. In uno dei ritorni a casa infatti Pinocchio ritocca la foto del babbo, dichiarandosi figlio nella somiglianza dei lineamenti. Ma il figlio che il falegname dà alla luce è tutto ciò che lui stesso non è mai stato: è la libertà di sperimentare sin da subito il mondo, di esprimere l’energia vitale e sregolata dell’infanzia, è la sintonia un po’ anarchica con le pulsioni che dapprima dettano la relazione con le cose, gli spazi, le persone, letteralmente divorati dal burattino.

Pinocchio parte in quarta appena mette a terra i piedi. Gli episodi si concatenano con qualche libertà rispetto al testo (tagli ovvi vista la durata e poco dolorosi, anche nel finale), ma ciò a cui D’Alò, lo sceneggiatore Umberto Marino e Mattotti non rinunciano è l’atmosfera vagamente gotica della parte centrale del racconto (Collodi scrive nella seconda metà dell’800, in piena epoca dickensiana), preludio alle terribili ultime prove di Pinocchio, tra cui l’esperienza della morte, percepita come più che una possibilità. Ma anche le pene d’amore, se è vero che la fatina torna ad essere una bambina di cui invaghirsi, come era nelle pagine del libro e come non fu nella versione Disney, tanto meno in quella televisiva di Comencini (vi ricordate la Lollo?). A proposito del Pinocchio di Comencini: aguzzate l’udito perché in più di un’occasione sparse qua e là, nella colonna sonora curata da Lucio Dalla, qualche nota si organizza per evocare le indimenticabili melodie di Fiorenzo Carpi.

Portateci i vostri bambini a vedere Pinocchio, ma stringeteli a voi, perché il lieto fine potrebbe non cancellare la sensazione che il mondo può essere incomprensibile, costellato di trappole spaventose.

Alessandro Leone

Pinocchio

Regia: Enzo D’Alò. Sceneggiatura: E. D’Alò e Umberto Marino. Personaggi e ambientazioni: Lorenzo MattottiMusiche: Lucio Dalla. Origine: Italia, 2012. Durata: 84′.

Fonte: “Cinequanon”, 5-02-2013

http://www.cinequanon.it/pinocchio-e-il-suo-babbino/